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Pagina:Le confessioni di un ottuagenario I.djvu/106


capitolo secondo. 79

berrettone di pelo, gliene demmo tante e tante al suo padrone che lo si dovette pur caricare sul suo asino per mandarlo a casa; il mio berrettone siccome non era più da portarsi glielo impegolammo ben bene sul muso a lui dicendogli che glielo lasciavamo per memoria. Così perdetti il regalo di Mastro Germano che m’avea fatto sì buon servizio per tanti anni; e da questa faccenda nacque poi una querela criminale che mi diede molto a che fare come dirò a suo luogo. Intanto vi prego a non perdermi la stima, se mi troverete in un tratto della mia vita far baldoria e lega con contadini e bettolanti. Vi prometto che mi vedrete con comodo uomo d’importanza, e frattanto ritorno fanciullo per narrare le cose con ordine.

V’ho detto che io costumava andare a letto mentre ancora si giocava in tinello; ma il gioco non tirava innanzi gran fatto, perchè alle otto e mezza in punto lo si lasciava per intonare il Rosario; alle nove si mettevano a cena; e alle dieci il signor conte dava il segnale della levata ordinando ad Agostino di accendergli il lume. La comitiva allora sfilava dalla porta che metteva allo scalone opposta a quella che conduceva in cucina. Dico scalone per moda di dire, chè l’era una scala come tutte le altre; sul primo pianerottolo della quale il signor conte usava sempre fermarsi e tastare il muro, per trame il pronostico della giornata ventura. Se il muro era umido il signor conte diceva: domani tempo cattivo; e il Cancelliere dietro a lui ripeteva: tempo cattivo; e tutti soggiungevano con faccia contrita: cattivo tempo! — Ma se invece lo trovava asciutto il conte sclamava; Avremo una bella giornata domani, e il Cancelliere ancor lui — una bellissima giornata! e tutti giù giù fino all’ultimo scalino: — una bellissima giornata. — Durante questa cerimonia la processione si fermava lungo la scala, con grandi spasimi della contessa che temeva di prendere una sciatica fra tutte quelle correnti d’aria. Mon-