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DELL'ANTHROPOLOGIA

mo odio le lettere: et dicono stolti essere quelli che in esse si dilettano. Solamente che colei lo guardi: quell'altra gli faccia motto, si tengoo beati vedete quanta vanità. et leggierezza regna hoggi al mondo? Quanto quell'antico valore, che altre volte era ne cuori Italiani, sia in noi mancato? Ma per non stendermi in questi ragionamenti, conchiudendo dico la Natura humana esser piena di grandissima miseria: con fatica incomparabile pervenire alla età del senno: poscia che siamo cresciuti, non porre cura se non in cose frali, et di poco momento: soggiacer à pericoli infiniti, et à mille angoscie; che mai non ci lasciano un'hora in riposo. conciosiacosa che ne primi anni, et in quell'età che Latini chiamano infantia, la persona è si debole, che da se stessa non può sostentarsi, senza discorso di ragione, non capace di diletto, ne di piacer alcuno. Viene doppò la pueritia, nella quale ò che 'l nostro saper sia rimembranza secondo l'openione di Platone, ò che si faccia un habito per le parole di coloro che sanno alla dottrina: tutti quegli anni sono pieni di noia; et con minaccie; et battiture, et con mille volte sforzar la volontà s'apprende la scienza della grammatica: s'intendono i sentimenti de poeti, si conosce la eloquenza degli oratori. Ne meno duro è à poveri lasciati gli studi delle lettere, conoscer l'altr'arti più vili. Poi procedendo più oltre gli anni, si parano à noi davanti le libidini, che ogn'hora ci stimolano: ne tanto ci danno di piacer quelle, di cui possiamo godere: quanto di noia quelle, che si sono negate: et infinite altre cagioni la Natura in que tempi ci ha dato di perpetuo di-