Pagina:Lanthropologiadi00capr.djvu/107

LIB. III.

et miserie nelle quali vive, parmi quella sentenza gia anticamente detta, et da Plinio recitataa verissima. Ottima cosa esser all'huomo non nascere, ò nato tostamente morire. Il che esser vero chiaramente ci dimostra la prima voce, che da lui si sente uscire; cioè guai; i quali dal principio della vita infino alla morte on l'abbandonano. Et perciò fu consuetudine nel paese di Thracia piangere quando i fanciulli alla luce venivano; et alla morte con canto, et allegrezza accompagnarli. Oltra à ciò nasce egli con si poche forze, che infino à lungo tempo non può pur da se stesso sostentarsi: senza favella, se non quanto altri con longa fatica gli insegna: senza giuditio delle cose utili et nocive: sproveduto et in tutto disarmato contra il caldo, e 'l freddo. Che diro dell'empia matrigna Natura? la quale ha creato mille nemici di lui più potenti, leoni, tigri, lupi, serpenti, et molti animali velenosi et fortissimi: da cui se non con gran fatica et pena non può difendersi. Et come che tutte queste cose fossero poche, che sono molte: ha fatto ancora tante et si diverse infermità, fianchi, gotte, febbri, flussi, giuoccioli, ardori, humori, et ne ha etiandio creati tanti assiderati, et attratti, chi di piedi, chi di gambe, chi di braccia, chi d'altre membra: chi cieco, chi sordo chi mutolo, et chi di tante altre maniere di mali tormentato; che pare che l'huomo trovandosi sano, lo si rechi à gratia singolare. Lascio lo insatiabile disiderio, che di continuo ci afflige, commune difetto anzi pene de mortali. Lascio le fatiche degli artefici, et de contadini, i pericoli