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254 la tempesta.

Opponendo alla rabbia de’ marosi,
Che l’andar gl’impediano, il petto audace.
Tenea sempre elevata e fuor de’ gorghi
L’animosa cervice, ed alla spiaggia,
Coll’indefesso remigar del braccio,
S’accostava a sobbalzi; e sulla base
Propria, scavata dal furor dell’onda,
Parea la spiaggia ricurvarsi in atto
Di venirgli a soccorso. Io non v’ho dubbio,
Mio re, vivo l’ha tocca.

                       alonso.
                                    Oh no! perduto
L’ho!
                      sebastiano.
      Di sì grave perdita incolpate
Voi, non altri che voi; giacchè la figlia
Nelle braccia gittar d’un africano
Vi piacque, anzi che farne avventurata
La nostra Europa. Ed ora ell’è bandita
Dai paterni occhi vostri, a cui di pianto
Doloroso è cagion.
                      alonso.
                              Non più! ti prego.
                      sebastiano.
Con umili preghiere e genuflessi
Noi tutti, Signor mio, v’importunammo
Perchè mutaste di pensier. La stessa
Bell’anima pendea tra la dovuta
Obbedïenza ed un vivo disgusto,
E sembrava aspettar sospesa, incerta