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Pagina:La tempesta (Shakespeare-Maffei).djvu/147

378 la tempesta.

Tutto cieca fortuna. Orsù, spavaldo
D’un animal, fa’ core! Ove bugiarde
Non sieno quelle spie che porto in fronte,
Veggo una vista grazïosa.

                       calibano.
                                         O quanti
Leggiadrissimi Spirti, o dio Setebo!
Ve’ com’è bello il mio Signor!... Ma tremo
Del suo castigo.

                      sebastiano.
                          Ah, ah, messer Antonio,
Che roba è quella mai? La si potrebbe
Per denaro acquistar?

                       antonio.
                              Che sì, mi pare.
È pesce uno di lor, da cima a fondo
Pesce, e merce vendibile presumo.

                       prospero.
Osservatene i panni, e poi mi dite
Se costor sieno onesti. A quel deforme
Mariuol genitrice era una strega,
E potente così che fin la luna
Le soggiacea; talchè senza l’influsso
Di quel pianeta la marea destava.
Tutti e tre m’han rubato, e quest’impasto
D’umano e d’infernal (chè spuria prole
Del demonio è colui) con essi avea
La mia morte tramata. A te, di questi,
Due son noti, e son tuoi; quell’altro, infame
Parto delle tenèbre, a me pertiene.