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Pagina:La tempesta (Shakespeare-Maffei).djvu/134


atto quinto. - sc.i. 365

Miglior d’ogni altra, acqueti il lor cerèbro.
Vano e bollente nel suo cranio. ― Immoti
Statevi là dal laccio avviluppati
Della magia. ― Gonzalo! Oh, senza esempio
Venerabile, probo, ottimo vecchio!
Nel fisar gli occhi tuoi di tale affetto
S’empiono i miei, che lagrime sorelle
Alle tue van piovendo. È tardo a sciorsi
L’incanto; e come l’alba a poco a poco
Pènetra nella notte e l’ombre fuga;
L’intelletto così, che già riprende
La sua ragion, le tènebre dissìpa
Che chiuso lo teneano e rabbujato.
Mio vero salvator, mio buon Gonzalo,
Ed amico leal del tuo Signore,
Reduce ch’io sarò nella mia terra,
Di parole e di fatti avran mercede
I tuoi pietosi beneficj. ― Alonso!
Con me, colla mia figlia incrudelisti,
Ed all’opra crudel fu tuo fratello
Di te più tristo, istigator. Ben dura,
Oggi, Sebastïan, ne fai l’emenda! ―
E tu, mia carne e sangue mio, fratello!
Tu che la coscïenza e la natura
Per sete di dominio hai vilipese,
E coll’ajuto di costui
                (accenna Sebastiano)
                                 (che doppio
Strazio or ne sente) uccidere volevi
Pur dianzi il tuo Signor, che mai dovresti