Apri il menu principale

Pagina:La tempesta (Shakespeare-Maffei).djvu/132


atto quinto. - sc.i. 363

Non sono? Il fin che mi proposi è giunto,
Nè lo sdegno mi debbe il sopraciglio
Più corrugar. Va, Spirto, e li disciogli.
Sfar l’incanto io decisi, i sensi loro
Liberar dal letargo, e l’intelletto,
Come pria, risvegliarne.

                        ariele.
                                        A te li guido.
                         (Parte)

                       prospero.
Voi, de’ colli, de’ laghi e delle selve,
Silfidi abitatrici, e voi, voi pure
Che vi godete d’inseguir sul lido,
Col piè che nell’arena orma non lassa,
Il fuggente Nettuno, e se ritorna
Gli date, in corsa paurosa, il dorso,
E voi che descrivete a’ rai di luna,
Spiritelli minuti, i cerchi amari
Onde il prato s’imbeve, ed a quell’erba
Nè pecora, nè zeba il dente accosta;
E voi che per trastullo uscir di notte
Fate il fungo di terra, ed esultate
Quando suona la squilla il coprifoco,
Voi che fiacchi bensì, ma pur soccorso
Bastevole mi foste; e per la vostra
Poca virtù velai la faccia al sole
Nel pien meriggio, scatenai la rabbia
De’ venti, e tra la verde onda del mare
E il glauco aere del ciel, della battaglia
L’ululo suscitai, le fiamme accesi