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Pagina:La tempesta (Shakespeare-Maffei).djvu/116


atto quarto. - sc.i. 347

Tu che incoroni
Col tuo bell’arco i canpi e le foreste
Del regno mio, che doni
Così vaga alla terra e ricca veste;
Dimmi, gentil messaggia,
A che sulla fiorita
Erba di questa piaggia
Giunon per te m’invita?

                        iride.
A legar di tua man due casti cuori
Che l’amor vero accese,
Ed a versar cortese
Su loro i tuoi favori.

                        cerere.
Iride, dimmi ancor, se pur t’è noto,
Venere e il figlio suo colla regina
Del ciel qui ne verranno?
Da quel dì che m’ordir l’iniquo inganno,
E la mia Proserpina
Diero in braccio a Plutone, un sacro voto
Fec’io che l’impudente
Compagnia di tal madre e di tal figlio
Contaminato il ciglio
Più non avria.

                        iride.
                         Presente
Nè l’un, nè l’altra vi sarà. Timore,
Cerere, non ne aver. Testè la dea
Scontrai che con Amore
Le nugole fendea