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Pagina:La tempesta (Shakespeare-Maffei).djvu/106


atto terzo. - sc.iii. 337

Noi del Destino (i miei compagni ed io)
Ministri siamo. O stolti! il brando vostro,
Di terrene sustanze, un’orma forse
Stampar nella sonante aria potria?
Ferir forse la voce? Impiagar l’onda
Che per propria virtù, divisa a pena,
Si ricongiunge? Or ben, così potreste
Spiccar dall’ali mie solo una piuma.
E manco invulnerabili non sono
Gli Spirti a me compagni. E dato ancora
Che giugneste a ferirci, enorme peso
Vi sarieno le spade, e vi morrebbe
Nell’alzarle il vigor. ― Vi risovvenga
(Questo è il messaggio mio) che da Milano
Voi tre, con arti scellerate, il buono
Prospero allontanaste, ed in balìa
Lo metteste del mar colla innocente
Sua pargoletta; e il mar con pena eguale
Di quel misfatto vi punì. Le arcane
Posse del ciel che indugiano talvolta,
Ma non obbliano la vendetta, han mari
Contro voi sollevato, han rive, han tutto
L’animato universo. Il figlio, Alonso,
Già te l’hanno rapito, ed annunciando
Ti van or col mio labbro una ruina
Lenta, incessante, e peggior d’ogni morte,
Che te di passo in passo e quanto è tuo
Distruggerà. Voi tre dall’ira eterna,
A scoppiar già vicina in questo ignoto
Lido sui capi vostri, altro non salva

Shakspeare e Goethe.
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