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La vedova Pescatore, accorsa col lume in mano, cacciò uno strillo acutissimo, da partoriente. Io richiusi la porta con una pedata, e d’un balzo le tolsi il lume, che già le cadeva di mano.

— Zitta! — le gridai sul muso. — Mi prendete per un fantasima davvero?

— Vivo?! — fece lei, allibita, con le mani tra i capelli.

— Vivo! vivo! vivo! — seguitai io, con gioja feroce. — Mi riconosceste morto, è vero? affogato là?

— E di dove vieni? — mi chiese con terrore.

— Dal molino, strega! — le urlai. — Tieni qua il lume, guardami bene! Sono io? mi riconosci? o ti sembro ancora quel disgraziato che s’affogò alla Stia?

— Non eri tu?

— Crepa, megera! Io sono qua, vivo! Su, alzati tu, bel tomo! Dov’è Romilda?

— Per carità.... — gemette Pomino, levandosi in fretta. — La piccina.... ho paura.... il latte....

Lo afferrai per un braccio, restando io, ora, a mia volta:

— Che piccina?

— Mia.... mia figlia.... — balbettò Pomino.

— Ah che assassinio! — gridò la Pescatore.

Non potei rispondere, ancora sotto l’impressione di questa nuova notizia.

— Tua figlia?... — mormoravo. — Una figlia, per giunta?... E questa, ora....

— Mamma, da Romilda, per carità.... — scongiurò Pomino.

Ma troppo tardi. Romilda, col busto slacciato, la poppante al seno, tutta in disordine,