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di cose e priva di riferimenti e d’appoggi esterni: sempre in pro- cinto di cadere dal piano d’una sensibilitá squisita e raffinata nel vortice d’un artificio retorico o d’un ragionamento pedante» (0. Si potranno discutere molti particolari apprezzamenti del Sa- pegno (e si potrá anche rilevare che piú d’una volta egli ricade dalla considerazione della forma, a cui vorrebbe rigorosamente attenersi, in quella del contenuto, e che talora la sua considera- zione della forma è ispirata a una sensibilitá estetica troppo mo- derna): ma certo il suo libro rappresenta fino ad oggi il piú felice tentativo di trattare Iacopone come puro poeta. Con una certa severitá tuttavia lo ha giudicato Luigi Russo, nella sua recente rassegna critica degli studi iacoponici (2), proprio per questo ri- gore metodologico di applicazione sic et simpliciter della logica dell’estetica crociana alle Laude, che finisce per trascinare, secondo il R., troppo lungi dalla personalitá storico-letteraria di Iacopone e per sottoporne l’opera al vaglio di schemi arbitrari, quali diven- tano i concetti anche piú profondi una volta usati dogmaticamente. Il Russo ha ragione contro qualche affermazione d’indole gene- rale fatta dal Sapegno e anche a riguardo del giudizio sommario, per quanto specificato, da questi fatto delle laude didascaliche: ma la sua severitá è senza dubbio eccessiva di fronte al concreto (1) Sapegno, op. cit., pp. 45, 47-48, m-112, 145, 155. — Nel cap. (II) dedicato alla «seconda conversione» di Iacopone, e cioè alla sua vita monastica del 1278 alla morte, il Sapegno non si stacca invece dalla tesi del Casella su I. come «araldo degli Spirituali». Egli cerca anzi di addurre qualche prova concreta: ma non mi pare che si tratti di prove accettabili. P. es. LI, 56-58, sarebbe «l’inno di batta- glia dei fanatici ribelli» (p. 59), semplicemente perché i «Frutti dello Spirito» (che non hanno niente a che fare con i «fraticelli»!) domandano a Dio vendetta sulla Curia romana, anzi vogliono essi distruggerla. L’epistola a Celestino V (LIV) rive- lerebbe un atteggiamento eretico» (p. 60 nota): ma bisognerebbe dimostrarlo. Il S. riconosce che Iacopone non è eretico in senso pieno e totale, anzi non è piú eretico di Dante: ma ritiene che in tutte le laudi satiriche spiri un «tono d’eresia», per «la critica violenta delle autoritá», da cui si arriva allo scisma dei «poverelli» (pp. 65-66). Ora, a parte che nello scisma dei «poverelli» v’era ben piú che la cri- tica della prava autoritá di Bonifacio VIII e dei corrotti costumi della Curia, è evi- dente in questa formulazione della tesi il suo intimo vizio: perché essa si fonda dunque sullo scambio tra il concetto storico di «eresia», e il senso moderno in cui si suol parlarne (come di dissidenza dell’ individuo dalla collettivitá: che meglio si direbbe «eterodossia»). Forse Iacopone sarebbe apparso eretico dopo il Concilio di Trento; ma nel ’300 un eretico non era ancora, appunto come non era un eretico l’Alighieri se non per il cardinale Bertrando del Poggetto. (2) Problemi cit., pp. 9-23. Oltre che del Sapegno, il R. si occupa in particolare del p. d’Ascoli e del Rapini.