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Pagina:I promessi sposi (1840).djvu/859


della colonna infame 853

VII.



Tra i molti scrittori contemporanei all’avvenimento, scegliamo il solo che non sia oscuro, e che non n’abbia parlato a seconda affatto della credenza comune, Giuseppe Ripamonti, già tante volte citato. E ci par che possa essere un esempio curioso della tirannia che un’opinion dominante esercita spesso sulla parola di quelli di cui non ha potuto assoggettar la mente. Non solo non nega espressamente la reità di quegl’infelici (nè, fino al Verri, ci fu chi lo facesse in uno scritto destinato al pubblico); ma pare più d’una volta che la voglia espressamente affermare; giacchè, parlando del primo interrogatorio del Piazza, chiama “malizia” la sua, e “avvedutezza” quella de’ giudici; dice che, “con le molte contradizioni, palesava il delitto nell’atto che voleva negarlo”; del Mora dice parimenti, che, “fin che potè reggere alla tortura, negava, al solito di tutti i rei, e che finalmente raccontò la cosa com’era: exposuit omnia cum fide”. E nello stesso tempo, cerca di fare intendere il contrario, accennando, timidamente e di fuga, qualche dubbio sulle circostanze più importanti; dirigendo, con una parola, la riflession del lettore al punto giusto; mettendo in bocca a qualche imputato parole più atte a dimostrar la sua innocenza, di quelle che aveva sapute trovar lui medesimo; mostrando finalmente quella compassione che non si prova se non per gl’innocenti. Parlando della caldaia trovata in casa del Mora, dice: “fece principalmente grand’impressione una cosa forse innocente e accidentale, del resto schifosa, e che poteva parer qualcosa di quello che si cercava”. Parlando del primo confronto, dice che il Mora “invocava la giustizia di Dio contro una frode, contro una maligna invenzione, contro un’insidia nella quale si poteva far cadere qualunque innocente”. Lo chiama “sventurato padre di famiglia, che, senza saperlo, portava su quell’infausto capo l’infamia e la rovina sua e de’ suoi”. Tutte le riflessioni che abbiamo esposte poco fa, e quelle di più che si posson fare, sulla contradizion manifesta tra l’assoluzion del Padilla, e la condanna degli altri, il Ripamonti le