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Pagina:Gozzi - Memorie Inutili, vol 2, 1910 - BEIC 1838429.djvu/197


parte seconda - capitolo xlix 191


Mi rattristo di dover solleticare de’ brutali colla narrazione d’un errore, ma gli storici devono essere fedeli.

Convien ammettere la impossibilitá che in una giovine di diciassett’anni e in un giovane di vent’anni, amanti sviscerati, possa resistere perpetuamente la rigida virtú.

Un giorno, col solito invito, entrai nella gondola. Correva il mese d’aprile, mese che mi restò fitto nella memoria. L’idoletto mio era vestito con una mirabile negligenza in un manto color di rosa. Credo che un pittore avrebbe dipinta la piú bella Venere dipingendo la sua figura.

Passammo a Murano in un orto a capo del quale v’era un casino ben addobbato, in cui si davano delle merende a chi le chiedeva. Chiedemmo la nostra colezione. Mangiammo e bevemmo facendoci l’un l’altro de’ brindisi vivacemente affettuosi.

Aveva io in quel giorno della insolita loquacitá, non so come, e m’uscirono parecchie arguzie facete che fecero molto ridere la mia compagna.

Consumata la merenda, un morbido pulito soffá ci invitava a sedere, e vi sedemmo presi per mano. Fummo muti per un momento, e vidi quella bellezza impallidire, indi accendersi in viso. Non so dire s’io fossi pallido o rosso, ma il mio sangue era in rivolta. Ella volle levarsi e staccarsi da me. La trattenni con poca fatica. Ella ricadde sopra al soffá con un profondo sospiro appresso di me.

Fosse effetto d’un cocente amore, d’una gioventú fervida, del mese d’aprile o d’un’attrazione omai vesa insuperabile, si trovammo ad un tratto impetuosamente con le nostre labbra unite, lambendo lo spirito l’uno dell’altro, strettamente abbracciati e abbandonati dalla ragione e dalla virtú.

Degl’impeti naturali dell’avida voluttá; un «no» spossato, ch’era il piú bel «sí» che s’udisse mai; un misto di pudore, di trasporti, di sospiri, de’ ratti inesprimibili e infine un reciproco soave languore posero il termine ad un virtuoso platonismo di sei mesi.

La giovine si rimise a sedere ricomponendosi, e tutta vergognosa con gli occhi bassi mi disse: — O amico, son io la