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Pagina:Gozzi - Memorie Inutili, vol 2, 1910 - BEIC 1838429.djvu/185


parte seconda - capitolo xlix 179

serietá, la onestá, l’educazione di quella giovine veneziana me la rappresentavano infinitamente diversa dalle donne dalmatine de’ miei primi errori; e devesi aggiungere a queste doti la gioventú e la bellezza.

Incominciai a lusingarmi di poter considerare che forse potesse esser quella l’amica virtuosa delizia al mio cuore metafisico, romanzesco e delicato.

Una folla di riflessi vennero in mio soccorso. Mi contentai di lodare la sua risposta e cominciai a scarseggiare nelle occasioni di vederla e di favellare con lei.

Convien dire ch’ella avesse molti lavori da condurre a fine, perché ogni giorno la vedeva seduta vicina alla solita finestra a lavorare con una malenconica serietá.

Benché fuggissi io possibilmente il cimento di favellare con lei per difendere il mio povero cuore, al mio povero cuore sembrava una inciviltá a non piú dirle parola, e qualche rara volta seguiva tra lei e me de’ brevi dialoghetti. I nostri discorsi erano sempre filosofici-morali sopra le stravaganze, sopra la costituzione della umanitá e sul costume; ed io m’ingegnava a mantenere un modo di ragionare faceto con qualche sale e qualche lecita lepidezza per scuoterla dalla mestizia in cui la vedeva sprofondata, ma appena mi riesciva di vedere la sua bella bocca ridente.

Le sue risposte erano sempre assennate, morigerate, ingegnose ed acute, e nel dibattimento controverso sopra a qualche parere ella si dimenticava di lavorare: lasciava piantato l’ago, mi guardava fiso, ascoltava le mie risposte, come s’ella studiasse un libro che la obbligasse alla applicazione. Delle lusinghe m’assediavano. Voleva ammorzarle e scarseggiava ancor piú il cimento de’ colloqui.

Era scorso piú d’un mese di queste interrotte, dilettevoli, oneste, brevi conversazioncelle, quando ripigliandone una, vidi la giovane guardarmi e arrossire alquanto, senza ch’io potessi intendere la cagione di quel rossore. Corsero parecchie indifferenti parole al solito; ma scorgeva quella creatura inquieta e smaniosa, come se le dispiacesse che i miei discorsi stessero sui generali e non le dicessi qualche cosa ch’ella attendeva.