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Pagina:Gozzi - Memorie Inutili, vol 1, 1910 - BEIC 1837632.djvu/352

346 memorie inutili

che facesse pure il ristauro, e che trovato solido dal pubblico esame, averebbe licenza di aprire il di lui teatro.

Durante questo ristauro frettoloso, che dovè durare ventidue giorni con la perdita di ventidue recite e ventidue ricolte, il Sacchi co’ sozi suoi, quantunque le scritture de’ stipendiati eccettuassero la corrisponsione degli onorari in un fatto di Principe, seguí liberalmente a pagare a’ stipendiati tutti gl’interi loro mensuali.

Parvemi quella generositá argomento con cui poter rendere discreta la Ricci e di convincerla nelle di lei inquiete pretese.

— Vedete voi — diceva io alla comare e al di lei marito, giá ritornato con la moglie ma diviso di stanza e di letto, — a quali sciagure e a quali perdite vanno soggetti i poveri impresari interessati nella societá comica. Tuttavia pagano i stipendiati, che potrebbero per giustizia non pagare in una circostanza ch’è fatto di Principe.

Il marito, come discreto e giusto, intendeva la veritá. La moglie non dando alcuna retta al mio ragionamento, replicava la solita musica del suo scarso stipendio.

Due altre comiche compagnie che avevano aperto il loro teatro trionfavano. I miei protetti languivano. Un nuovo Truffaldino, detto Bugani, nel teatro in San Giovanni Crisostomo, infelice e laido secondo Zanni, aveva destato il risibile ne’ veneziani per modo ch’era predicato per Venezia, con perfetta ignorante ingiustizia, assai miglior Zanni del Sacchi.

Rabbiosi gli altri comici colla compagnia del Sacchi, la quale negli anni anteriori sorpassava nella fortuna tutti gli altri ricinti teatrali e per la bravura e per i soccorsi miei, si scatenarono contro quella nella sua accidentale disgrazia. De’ sonettacci satirici fulminavano il valente comico Sacchi e i suoi compagni, né in quei sonettacci stomachevoli andavano esenti le sceniche opere mie.

Non saprei dire se que’ sporchi libelli uscissero da’ meschini poetastri parziali di que’ teatri o da qualche commediante di quelli che si piccasse d’esser poeta ad onta della ignoranza.

Alcuno de’ miei protetti, piccandosi anch’esso della stessa