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Pagina:Gozzi - Memorie Inutili, vol 1, 1910 - BEIC 1837632.djvu/15


memorie inutili 9

e da lui querelata, lacerando, per quanto ha potuto, con una vaneggiatrice biliosa empietà l’onore dello scrittore di quella.

Rimetto il giudizio a’ lettori delle mie mansuete veraci memorie.

Mi lusingo d’essere conosciuto dalla maggior parte de’ miei concittadini, di lineamenti diversi affatto da quelli co’ quali il cruccio indecente e bugiardo s’è incagnato a voler disegnare il carattere mio, invaghito di fare una vendetta d’un’offesa ch’io non mi sono giammai nemmen sognato di fare.

Tuttavia, siccome non sono conosciuto da tutto quel mondo in cui egli ha fatto piovere il suo libro vendicativo, e siccome io non ho la facoltà di guarire dalla indiscretezza, dalla ignoranza, dalla malignità, né quella d’infondere un giusto criterio in tutti i mortali, potrebbe darsi che nella mente di alcuni di questi prendesse vigore a torto quel materiale volgare proverbio: «chi tace conferma».

È soltanto per ciò, che, valendomi d’una benefica libertà data alla stampa, levo anch’io dal suo sepolcro dove giaceva da diciassett’anni il mio manoscritto, di cui forse averei fatto unicamente un assai magro legato nel mio testamento, e lo fo uscire da’ torchi al pubblico.

Nella letargica taciturnità della mia lingua, non patirono però letargo giammai, né il mio guardo, né il mio udito, né la mia mente, e meno di quelli la penna mia.

Credo d’avere un picciolo numero di nimici, i quali si prendano la briga d’essermi nimici senza sapere il perché. Per gli accurati e rigidi esami e processi ch’io fo con frequenza a me medesimo, devo confessare di non comprendere cotesto perché nemmen’io.

Al picciolo numero de’ miei nimici, se però è vero ch’io gli abbia, non potrei che replicar loro un detto di Dante antico.

Un mulattiere cantava de’ versi di Dante, storpiandoli. Dante lo pregò dolcemente a non diformare i suoi versi. Quel brutale per tutta risposta gli fece in faccia parecchie fiche. La brigatella d’amici ch’era d’intorno a Dante gli chiedev’a perché sofferisse quella ingiuria e lo stimolava a punire colui. Dante,