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Pagina:Gozzi - Memorie Inutili, vol 1, 1910 - BEIC 1837632.djvu/13


memorie inutili 7

un ipocrita, un impostore, un caupone, e quelle altre delizie che si leggono nella soavità del suo inchiostro educato.

Mi rincresce di sapere fondatamente che l’arte di tutti coloro, i quali per levar degli ostacoli allo sfogo delle loro passioni viziose, è non solo quella di seminare nelle famiglie una morale a rovescio con de’ spiritosi sofismi, ma principalmente quella di dare alla radice e di screditare con tutto lo sforzo loro i fedeli sostenitori della morale più sana e più utile.

Siamo però tutti uomini soggetti ad errare, ed io non ho mai ostentato di farmi considerare qual filosofo, e come lo scrittore del settentrione ha cercato di dipingermi col suo fantastico, rabbioso, sgorbiatore pennello, e s’egli ebbe la cortesia di citare qualche mio verso con un suo bistorto proposito, riguardo a me, non avrebbe dovuto ommettere quest’altro, che contiene una mia proposizione, che fu tante volte pronunziato ne’ teatri, e si legge pubblicato a stampa nelle capricciose opere mie teatrali:

Filosofia v’è ben, ma non filosofo1.

L’error pernizioso non istà negli errori remissibili all’umana fragilità, ma consiste nel far divenire l’errore virtù e la virtù errore nella testa degli uomini e delle femmine, dal vizio ingegnoso, eloquente ed industre mascherato da filosofia, e nel portare in trionfo il vessillo d’una tale animalesca vittoria.

Si troverà molto da leggere, spezialmente nel secondo tomo delle mie Memorie, in su questo argomento, ch’io credo, e dovrebbe essere creduto da tutti, d’una terribile conseguenza sulle popolazioni.

Nella saggia ed ottima libertà data alle stampe in questi beati giorni di ristabilita democrazia, tra le molte cose sane, istruttive e lodevoli che questa provvida libertà mette sotto le nostre riflessioni, non so tuttavia negare che l’avidità d’un inonesto mercimonio o della affamata indigenza dei nostri librai, non abusi di cotesta amabilissima libertà, colla sbrigliata furibonda

  1. Atto primo, scena decima dell’Augel belverde.