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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XIV.djvu/364

356 ATTO PRIMO

Io non vo’ tormentare, nè essere tormentata.

Capace son d’amare sino all’estremo giorno,
Ma ciò non vi prometto con un legame intorno.
Fausto. Amar senza un legame, e amar fida e costante!
Signora, io non v’intendo. Qual genere d’amante?
Placida. Ad uomo qual voi siete, è van che più si dica.
L’amor di cui favello, è amor di vera amica.
Quella amistade onesta che di esibir mi lice,
Un cuore che ben ama, può rendere felice.
Chi più da me pretende, chi più mi chiede audace,
Aspira ad involarmi dal cuor la cara pace.
Nell’uomo non può dirsi amore una virtù,
Se brama, per piacere, la donna in schiavitù.
Fausto. Tutti non son capaci di un virtuoso affetto.
Io forse più d’ogni altro di ciò mi comprometto.
In me, poichè quest’alma i pregi vostri ammira,
Nuovo amor, nuova fede, un bell’esempio ispira.
Sarem, se vi degnate di preferirmi a tanti,
Sarem coll’amor nostro la scuola degli amanti.
Placida. In general finora parlai del genio mio.
Son donna, e son capace d’una catena anch’io;
E quel che in secondarmi più liberal si fa,
M’insidia più d’ogni altro la cara libertà.
Priegovi, se mi amate, esser men facilmente
A quel che vi propongo di cuor condiscendente.
Se voi mi obbligherete a risentir l’affanno,
Dirò che lo faceste con arte e con inganno.
Avrete una vittoria, è ver, sul mio talento,
Ma un dì vi darà pena vederne il pentimento.
Siate nei sacrifizi più accorto e più discreto:
Il troppo compiacermi ancora io vi divieto.
Fausto. Piacemi il bel comando: un non so che vi trovo,
Vi trovo una bellezza di carattere nuovo.
Se voi foste veduta ad arringar nel foro,
Giudici non saprebbero negarvi i voti loro,