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352 ATTO PRIMO
Se non avesse intorno due perfide persone,

Un scrocco adulatore e un falso bacchettone.
Placida. L’un sarà don Anselmo, l’altro don Isidoro.
Lo so che il pover’uomo fa tutto a modo loro.
Pare un destin che sempre un capo di famiglia
Abbia ad aver d’intorno chi male lo consiglia:
Un coll’adulazione, l’altro coll’impostura,
Ciascun per il suo fine dirigerlo procura.
Almen con buona grazia sapesser profittare;
Ma scroccano la mensa, e voglion comandare.
Luigia. Di più quel don Anselmo, uomo da ben stimato,
Di me segretamente io so ch’è innamorato.
Placida. Ecco il perchè ha studiato il perfido impedire
Che in casa io non venissi le trame a discoprire.
Ci sono, e a poco a poco, con arte e discrezione,
Se ne anderanno i tristi, noi sarem le padrone.
Luigia. Sorella, sono stanca di vivere fanciulla,
Se voi non m’aiutate, dal zio non spero nulla.
Placida. Tanto di maritarvi vi stimola il desìo?
Luigia. Quello che l’altre han fatto, bramo di fare anch’io.
Voi pur lo disiaste, e foste consolata,
E spero di vedervi ancor rimaritata.
Se voi fissato avete di star senza marito,
Vedete di trovare per me qualche partito.
Placida. L’esempio mio non bastavi per sconsigliarvi a farlo?
Luigia. Se incerto è il destin nostro, anch’io vorrei provarlo.
Molte incontrano male, è ver, ma vi rispondo,
Che se temesser tutte, terminerebbe il mondo.
Placida. Bella ragione invero, per cui le donne tenere
Sagrifican se stesse a pro dell’uman genere.
Pur troppo ho chi m’insidia. Pur troppo intorno a me
Sono gl’insidiatori di lidertade in tre.
Evvi don Sigismondo, un cavalier compito,
Che mi serviva ancora vivente mio marito.
Evvi don Fausto amabile, quel celebre avvocato,