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362 ATTO TERZO
Jacobbe. Si sa che voi amate lo studio e le bell’arti.

M. Brindè. È ver, ma sono umana; e il cuor fa le sue parti.
Jacobbe. Madama, io non v’intendo. Qual sentimento è questo?
M. Brindè. Parto di un cuor sincero, parto di un labbro onesto.
Jacob, voi non verrete in casa mia?
Jacobbe.   Vi prego
Dispensarmi per ora.
M. Brindè.   Restate, io non lo nego,
Ma in pubblico parlarmi almen non negherete.
Jacobbe. Farò quel che vi aggrada.
M. Brindè.   Meco, Jacob, sedete.
Jacobbe. Soffrir mal vi conviene l’incomodo sedile.
Recateci due sedie. (alla bottega del libraio)
M. Brindè.   Filosofo gentile!
(il garzone porta due sedie)
Amico, sui principi di Newton immortale,
Dell’attrazione appresi il moto universale.
Gravitazione, impulso, magnete e simpatia,
Per attrazion soltanto afferma che si dia.
Degli atomi dicendo la forza equivalente
Tanto nel corpo attratto, quanto nell’attraente,
Su tal principio adunque ragiono, e così dico:
Un corpo esser non puote nemico dell’amico;
Poichè virtù attrattiva con tante forze sue
O entrambi li allontana, o unisce tutti due.
Pari ragione io trovo ne’ corpi razionali:
Si odiano, se fra loro non son gli atomi eguali;
Si amano, se fra loro si trova analogia,
Traendosi a vicenda con forza e simpatia;
Onde se attrar si sente per un oggetto il core,
E l’altro non risponde con atomi di amore,
O ancor dell’attrazione fia la sentenza oscura,
O il corpo che resiste, fa fronte alla natura.
Jacobbe. Madama, la questione bizzarra è inver non poco.
So che la proponete per passatempo e gioco.