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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1910, IX.djvu/230

218 ATTO PRIMO

Ha un non so che di estraordinario; ma non per questo mi lascierei innamorare. Per un poco di divertimento, mi fermerei piuttosto con questa che con un’altra. Ma per far all’amore? Per perdere la libertà? Non vi è pericolo. Pazzi, pazzi quelli che s’innamorano delle donne. (parte)

SCENA XVII.
Altra camera di locanda.
Ortensia, Dejanira, Fabrizio.

Fabrizio. Che restino servite qui, illustrissime. Osservino quest’altra camera. Quella per dormire, e questa per mangiare, per ricevere, per servirsene come comandano.

Ortensia. Va bene, va bene. Siete voi padrone, o cameriere.

Fabrizio. Cameriere, ai comandi di V. S. illustrissima.

Dejanira. (Ci dà delle illustrissime). (piano a Ortensia, ridendo)

Ortensia. (Bisogna secondare il lazzo). Cameriere?

Fabrizio. Illustrissima.

Ortensia. Dite al padrone che venga qui, voglio parlar con lui per il trattsunento.

Fabrizio. Verrà la padrona; la servo subito. (Chi diamine saranno queste due signore così sole? All’aria, all’abito, paiono dame). (da sè, e parte)

SCENA XVIII.
Dejanira e Ortensia.

Dejanira. Ci dà dell’illustrissime. Ci ha creduto due dame.

Ortensia. Bene. Così ci tratterà meglio.

Dejanira. Ma ci farà pagare di più.

Ortensia. Eh, circa i conti, avrà da fare con me. Sono degli anni assai, che cammino il mondo.

Dejanira. Non vorrei che con questi titoli entrassimo in qualche impegno.