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onesta, quelle regole adempie che agli Scrittori di Commedie prescritte furono sempre mai da Aristotile, da Orazio, dal Castelvetro, dal Nores; e da’ migliori Comici Greci, Latini, Francesi ed Italiani furono sempre mai fedelmente osservate.

«Introducendo in questa Commedia i caratteri di oltramontane Nazioni, e criticandone moderatamente i difetti, ha presa di mira, non già qualche Commedia prodotta di fresco, ma più Commedie da molto tempo stampate, quali sono Il Francese a Londra, Le Amazoni, Don Garzia, Le Donne Savie, La Matrona d’Efeso e il Marito confuso, sul cui modello ha lavorato la sua, mettendo in vista alcune azioni e parole contenute nelle medesime, che sembrate gli sono poco conformi al verisimile ed alla Natura. In questo ancora ha seguito gli insegnamenti e gli esempj de’ Maestri dell’Arte, letti da lui più d’una volta, e studiati. Anche Molliere, il Fagiuoli, il Dancourt, il Voltaire, e Plauto, e Terenzio medesimo, formando caratteri, qualche volta la penna in mano sonosi addormentati. Dovunque gli è venuta la palla al balzo, nella presente Commedia egli non l’ha perdonata a’ medesimi; e benchè non li nomini, chiunque ha qualche tintura di lettere, dagli accidenti e da’ Dialoghi in essa inseriti potrà bastevolmente capire di qual di loro ragioni. Dalle cisterne pubbliche ognuno può pigliar acqua, per trarsi la sete. Faccia di lui lo stesso chi ne avesse talento, e piacere egli avrà d’imparare da chiunque sappia fargli vedere i suoi stessi difetti; riflettendo però che nel di lui animo l’autorità nulla può; ma tutto può la ragione.

Persuaso che sia il Pubblico, siccome è persuaso egli stesso, che lecito gli era senza offesa di chicchessia d’introdurre nella sua Commedia tali caratteri, e metterle in fronte tal titolo, la sottopose di buon animo alla di lui rigorosa censura; imperocchè, se non avrà essa la fortuna d’essere compatita, quella egli avrà certamente d’essere dall’altrui correzioni ammaestrato assai più».

Delle due stampe, del Chiari e del Goldoni, un cenno inesatto si legge nel primo vol. dei Notatori di Piero Gradenigo (presso il Museo Civico di Venezia: v. Malamani, I. e, 26-27), il quale finisce cosi: «ma furono ammoniti li Competitori a non proseguire le animosità fra loro». È necessario avvertire che la data dei 13 ott. 1749 è sbagliata e che la notizia fu aggiunta più tardi.

Nemmeno il terribile Tribunale potè impaurire e scacciar dalle scene la Vedova scaltra. Medebach stesso ci è testimonio che si recitava a Mantova nella primav. del ’50 (lett.a all’Arconati dei 22 maggio), e Goldoni che si recitò a Firenze (v. lett. al Bettinelli, 29 apr. ’52) e che si continuava qua e là a recitare dopo quindici anni (v. l’Aut. a chi legge). Il Gradenigo (Not.i, V) ha il curioso ricordo d’una rappresentazione a Venezia, nel nov. ’58, da parte di alcuni fanciulli della compagnia Sacchi, già applauditi a Lisbona. Solo non cessò la guerra dell’abate Chiari, il quale nel ’52 trovò ancora «stupido ed insensato» il personaggio di milord Runebif e giunse ad accusare la moralità di Rosaura. «Dove s’intese mai che convenga ad una vedova onesta accettar regali a due mani, e far della casa sua scala franca, quanto al gran Cairo, alle