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e così, repressi, nascosti, alimentati dal segreto, rendevano triste, pessimista, sentimentale la piccola Lara, che pure pareva la gioia in persona...


X.

A diciassette anni Lara, non aveva ancora ricevuto alcuna dichiarazione d’amore, quindi non aveva ancora amato, ma nel suo cuore ella lo sentiva, sì, il presentimento di un amore vicino, di un prossimo cambiamento di stato: ciò era il suo sogno, l’unica sua speranza, il solo conforto che sentiva di avere nella noia della vasta casa paterna, bruna, fredda, desolata la casa che lei istintivamente adorava e che pure avrebbe voluto abbandonare per amarla vieppiù da lontano.

E aspettava! Che cosa aspettava? Ah, voi lo sapete tutte, mie piccole lettrici di sedici anni, ciò che Lara aspettava. Aspettava un giovine bello, ricco, laureato, come Marco Ferragna dieci anni prima, che la chiedesse in isposa e la portasse via in una grande città tutta teatri, musica, vita e rumore, in un appartamento ben mobiliato alla moderna, — un giovane che la rendesse realmente dama, col velo bianco sui capelli bruni e gli occhioni belli, e lo strascico sul vestito di seta, un bel giovine con gli occhialetti montati in oro, la barba bionda elegante all’Enrico IV, alto, istruito, che la amasse poi, tanto, tanto! — Se volete, Lara rideva del suo ideale e della sua idea, perchè aveva letto in un celebre libro che tutte le fanciulle da marito provano un istintivo bisogno di dire: come sono infelice! — e lei, credendosi superiore alle altre, non voleva che la sua abituale tristezza provenisse appunto dal continuo pensare a questo futuro signor marito, ne rideva assai, ma di un riso strano, e spesso interrompeva a mezzo un bel sogno d’amore esclamando: — Che ignorante che sono! — e si proponeva di non pensarci più; ma non passava