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scavare un fosso, e Isidoro rimase vicino a Giacobbe, fra le donne che cantavano e il cieco che suonava.

Giacobbe taceva e guardava l’opera dei due amici: Isidoro invece fissava il malato; gli sembrava un altro, tanto era cambiato, col viso rosso, infiammato, solcato da una espressione di sofferenza nervosa, e i piccoli occhi, già così furbi, sotto le sopracciglia nude, velati da una puerile paura della morte. Finito l’ultimo verso, le donne ricominciavano dal primo, e il suono della strana cetra ripigliava il motivo stridente e monotono, che assomigliava al ronzio di molte api volanti.

Aliti di vento gelato venivano dal lucido occidente, passando come lame taglienti sul volto delle persone radunate sul rialzo: il cielo era d’un azzurro violaceo, ma calava e stendevasi verdognolo come un lago dove il sole era scomparso. Una tristezza immensa riluceva nel freddo crepuscolo, sull’altipiano già nero, sul paesello nero, su quel gruppo di persone nere che compievano un rito superstizioso con fede da selvaggi idolatri1.

I due uomini scavarono il fosso con alacre ardore; la terra veniva su nera, mista d’immondezze fracide,

  1. C’è un principio scientifico in questa strana usanza di sotterrare in un concio o di introdurre in un forno tiepido i morsicati dalla tarantola, il cui veleno produce una specie di intossicamento che si può scacciare facendo sudare abbondantemente il malato. Il sotterramento, i cattivi odori provocanti la nausea, il caldo del forno, fanno senza dubbio sudare il malato, ma il popolino, dimenticato il principio scientifico per la superstizione, converge in male ciò che forse un tempo riusciva in bene. Il caso qui riprodotto mi fu narrato come realmente avvenuto e pur troppo non unico.

    G. D.