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Pagina:Dopo il divorzio.djvu/179


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noci, allora. Speriamo che Brontu torni presto. Che faremo da cena, Giovanna?

— Ciò che volete.

— Tu stai lì? Non ti farà male? Forse ti farà male.

— Che volete che mi faccia?

— L’aria della sera è sempre nociva. È meglio star dentro; così, intanto preparerai da cena. Ci son delle uova, figliuola mia, uova con pomi d’oro. Ebbene, preparale per te e per tuo marito; io non ho appetito. Ah, davvero, — proseguì, rivolta a zia Bachisia, — non ho appetito, tutti questi giorni. È il tempo, forse.

— È il diavolo che ti fora la schiena: è l’avarizia che non ti permette di mangiare, — pensò l’altra. Giovanna taceva e non si muoveva, assorta in un cupo sogno.

— Domani avremo il panegirico, dunque, alle undici: è un’ora incomoda, in verità. Ci andrai tu, Giovanna? Gli altri anni lo facevano alle dieci.

— Io non andrò, — rispose Giovanna con voce monotona. Ella, ora, si vergognava di andare in chiesa.

— Sì, a quell’ora fa assai caldo; è meglio che tu non vada. Ma, se non mi inganno, piove, — disse poi zia Martina, e tese la mano. Una grossa goccia d’acqua sporca cadde e si sparse sui peli del dorso livido della sua mano. Tic, tic, tic, altre goccie caddero sul mandorlo immobile e per terra, scavando piccole buche sulla rena dello spiazzo. Nello stesso tempo il cielo parve rischiararsi, mandando una luce giallognola: sullo sfondo delle nuvole