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visione di granito; non un filo di vento ne interrompeva la quiete afosa.

Giovanna andò a sedersi sul muricciolo sotto il mandorlo immobile, e la madre le si mise vicina: per un po’ tacquero, poi Giovanna disse, come proseguendo un discorso:

— Sì, certo, come nei primi tempi della condanna. Come allora io sogno ogni notte il suo ritorno e, cosa curiosa, non ho mai paura, sebbene Giacobbe Dejas dica che se Costantino ritorna mi ammazza. Non so, il cuore mi dice ch’egli tornerà davvero; prima non ci credevo, ma ora ci credo. Oh, è inutile che mi guardiate così. Vi faccio io forse un rimprovero? No, no, no. Io piuttosto dovrei temere i vostri rimproveri. Che godete voi del mio stato? Nulla; voi non venite più neppure a trovarmi in quella casa — e sporgeva il labbro per indicar la casa bianca, — perchè mia suocera ha paura che voi portiate via la polvere coi piedi. Io non vi posso dar nulla. Nulla, capite, nulla, neppure il mio lavoro. Tutto è chiuso. Io sono la serva.

— Ma io non voglio nulla, cuore mio. Perchè ti addolori per queste sciocchezze? Io non ho bisogno di nulla, — disse zia Bachisia con voce dolce. — Non pensare a me. Mi affligge solo il debito verso Anna-Rosa Dejas. Io non riuscirò mai a pagarlo; ma ella avrà pazienza.

Giovanna arrossì di stizza, si torse le mani e alzò la voce.

— Sì, questo io voglio dire stasera, a quell’animale immondo; gli dirò: pagate almeno gli stracci