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il becco. Giovanna gridava e imprecava per allontanarle, ed esse scappavano un po’, ma stavano attente, pronte, con una zampa sollevata, e tornavano all’assalto appena la giovine si distraeva.

Ed ella distraevasi spesso: aveva gli occhi tristi, o piuttosto indifferenti, come di persona egoista che pensa soltanto ai suoi malanni. Caschi il mondo, ella non può occuparsi che di sè e delle proprie cure. Era anche scalza e discretamente sudicia, perchè zia Martina lesinava il sapone.

Le due donne non discorrevano, ma zia Martina teneva d’occhio Giovanna, e quando questa non arrivava a tempo a scacciar le galline, era la vecchia che gridava per allontanarle.

Una volta una delle moleste bestiole ardì salire sull’orlo della corba e piluccarvi dentro.

— Ah! aaah! — gridò zia Martina; Giovanna si volse bruscamente, la gallina starnazzò le ali e volò portandosi addietro un piccolo nembo di grano.

Giovanna ebbe paura che la suocera la sgridasse, (aveva sempre paura di ciò) e si protese per raccogliere i chicchi del grano, lamentandosi.

— Come sono fastidiose!

— Ah, davvero, sono tanto fastidiose, — disse zia Martina con voce dolce: — no, non allungarti così, figlia mia, ti farà male. Vengo io.

Infatti ella lasciò il fuso, andò e raccolse chicco per chicco tutto il grano sparso, mentre una gallina piluccava la lana della conocchia.

— Che tu sii spelata! — gridò la vecchia, accorgendosene: e la fece allontanare, mentre le altre