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capitolo lxxiv 643

stato, e però tentavano ogni via per distrarlo, dicendogli il baccelliere che stesse di buon animo e pensasse ad escire del letto a fine di dare cominciamento al pastorale esercizio, per cui aveva già apparecchiata un’egloga che ne disgradava quante ne avesse composte il celebre Sanazzaro; ed in oltre che aveva già comperato co’ suoi proprii danari due valentissimi cani per custodia del bestiame, l’uno chiamato Barcino, l’altro Butrone, venduti a lui da un pecoraio di Chintanar. Ma non per questo don Chisciotte poteva togliersi d’intorno la malinconia. I suoi amici chiamarono allora il medico, che gli tastò il polso, e non se ne mostrò punto contento: anzi disse che era bene attendere alla salute dell’anima, perchè quella del corpo stava in pericolo. Don Chisciotte lo ascoltò con animo riposato, ma non così fu della sua serva, della nipote e dello scudiere, i quali cominciarono a lagrimare dirottamente, come se già se lo vedessero morto. Il parere del medico fu che stesse per consumarsi una vita troppo oppressa di disgusti e di afflizioni. Pregò allora don Chisciotte che lo lasciassero solo, perchè voleva dormire un poco, e così fecero; ed egli dormì un sonno di oltre sei ore, così profondo che la serva e la nipote temevano che non si avesse a risvegliare mai più. Si destò finalmente, passato quel tempo, e con alta e sonora voce disse: — Benedetto sia l’onnipotente Iddio che tanto bene mi ha fatto! Le sue misericordie non hanno confine, nè dai peccati degli uomini vengono mai impedite o menomate!„ Stette la nipote attenta alle parole dello zio, e le parvero più a proposito di quelle ch’egli solesse dire, durante almeno quella malattia. Ella gli dimandò: — Che cosa dice, signor zio? Vi è niente di nuovo? Di che misericordie intende ella? Di che peccati degli uomini? — Le misericordie, o nipote mia, rispose don Chisciotte, sono quelle che in questo istante ha usate meco Domeneddio, le quali, come ho detto, non sono menomate dai miei peccati: io tengo già il giudizio libero e sano, scevro dalle ombre caliginose dell’ignoranza in cui mi aveva posto una continua e detestabile lettura dei libri di cavalleria; conosco adesso i passati spropositi e imbrogli, e mi duole soltanto di essermene avveduto troppo tardi senz’avere più mezzo di risarcire il tempo perduto colla lettura di altri libri che sieno luce dell’anima. Mi sento, nipote mia dolcissima, presso alla mia ultima ora, la quale vorrei passare in modo da far giudicare a tutti che la mia trascorsa vita non è stata tanto sciagurata da lasciare dopo di me la riputazione di pazzo; e sebbene io fui tale pur troppo, vorrei togliere dal mondo questo mal odore di me in questi estremi momenti. Chiamami, ti prego, o figliuola, i miei