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capitolo iii. 35

signor don Chisciotte. — Io rinnegherei me stesso, replicò Sancio, quando vedo a questo modo immischiati i cavoli con le sporte. — Oh adesso sì ch’io sostengo, disse don Chisciotte, che non sia stato un savio l’autore della mia istoria, ma sì bene qualcuno di questi ignoranti cicaloni che senza verun proposito si accingono a scrivere, esca quello che vuole uscire: e si può rassomigliarlo ad Orbaneja, il pittore di Ubeda, che interrogato di quello che dipingesse, rispose: quello che verrà fuori; ed una volta dipinse un gallo sì sconciamente, che bisognò scrivervi sotto con caratteri gotici: questo è un gallo. Così per appunto accadrà della storia mia cui sarà necessario appiccare un buon commento perchè sia intesa. — Non vi sarà questo bisogno, rispose Sansone, perchè ha il merito di tanta chiarezza che non v’è mai un passo difficoltoso. L’hanno tra le mani i fanciulli, dai giovani è letta, è intesa dagli adulti, ne fanno elogio i vecchi, ed è infine sì trita e nota e divulgata presso ogni sorta di gente, che appena s’imbattono in un magro ronzino, e subito gridano: ecco là Ronzinante; e i paggi specialmente sono coloro ai quali più che ad ogni altro va a sangue la sua lettura. Non havvi anticamera di signore dove non si trovi un don Chisciotte: uno lo piglia se un altro lo lascia, e se lo rubano dalle mani; e per dire tutto in un fiato procura questa istoria il più dilettevole e innocente trattenimento che fin ora si sia trovato, non riscontrandovisi