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358 lo astrologo


Artemisia. È morto e sotto l’onde sommerso.

Guglielmo. Quel morto e sommerso son io!

Artemisia. Ben, io non tratto con morti e con sommersi.

Guglielmo. Aprimi, figlia cara!

Artemisia. Aprir io? me ne guarderò molto bene: sento tutta incapricciarmi.

Guglielmo. E di che?

Artemisia. Che un morto e sommerso parli e venga a casa.

Guglielmo. Apri, di grazia!

Artemisia. Sarai or risolto dal mare o sei putrefatto, e ne sento fin qui la puzza del tuo corpo, oibò, fiú!

Guglielmo. Apri, che son vivo come prima!

Artemisia. Come vivo, se abbiamo ragionato con tanti testimoni di veduta, quando ti sommergesti con la nave e moristi?

Guglielmo. Deh, apri e non tante parole!

Armellina. (Padrona, lasciate burlare un poco a me). Chi è lá giú? che dimandi?

Guglielmo. Apri, Armellina mia.

Armellina. Se vieni da casa calda, hai bisogno di qualche rinfrescamento.

Guglielmo. Ho bisogno del malanno che Dio ti dia!

Armellina. Buone parole in casa d’altri!

Guglielmo. Mi avete mosso la còlera; e se non mi aprite, buttare le porte per terra.

Armellina. Con un poco di acqua ti rinfrescaremo la còlera.

Guglielmo. Quando sarò entrato ti spezzarò le braccia con un bastone.

Armellina. Togli questo rinfrescamento!

Guglielmo. Ah, lorda, rognosa, pidocchiosa!

Armellina. T’ho lavato il capo della lordura, tigna e pidocchi.

Guglielmo. Se non te ne pagherò, possa sommergermi un’altra volta! non so che mi tenga che non rompa e spezzi le porte e non ti uccida di bastonate.