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atto quarto 353


Cricca. (Oh mirabil possanza delle stelle, oh mirabil arte di astrologia, or chi di questo non s’ingannasse? Guardatevi, mariti che avete le donne belle, che i loro innamorati sotto la vostra forma si godono di loro; guardatevi, ricchi, perché possedete tanto oro, argento, gioie e danari in casa, che i ladri trasformandosi nella vostra effigie vi aprono le casse e vi togliono i danari: or si che ogniuno può venire al sicuro ladro di quello che vuole).

Guglielmo. (Mi ricordo averlo visto e ragionato con lui piú volte; ma non posso ricordarmi chi sia).

Cricca. (Vorrei burlarlo un poco; ma mi par Guglielmo tanto naturale che non ardisco).

Guglielmo. (Giá mi sovien chi sia). O Cricca, che tu sia il ben trovato! Come sta Pandolfo mio amico?

Cricca. Mi rallegro dell’accrescimento del vostro stato: che di padron che vi sia Pandolfo, or vi sia divenuto amico.

Guglielmo. Che dice il mio caro Cricca?

Cricca. Che siate il bentornato da lontano paese, che giá sommerso nel mare vi avevano pianto per morto!

Guglielmo. Posso dir che sia renato: fu tanto periglioso il mio naufragio!

Cricca. (Ah, ah, mira il goffo con quanta grazia e prosopopeia ragiona: or che potrebbe piú dire o far l’istesso Guglielmo?). Oh che il cancaro ti mangi!

Guglielmo. Or questo è un cattivo modo di procedere: tieni le mani a te e parla con piú riverenza: con chi pensi trattare?

Cricca. (Mira questo furfante, che in corpo, in anima si, pensa essere transformato in Guglielmo! fa si come io non fossi consapevole dell’inganno).

Guglielmo. (Io non posso imaginarmi come un servo ribaldo, come costui, abbia preso tanta baldanza meco: come ride il furfante!).

Cricca. (Mira come stringe le labra per non ridere il furfante, e per il riso gli lampeggiano gli occhi!). Ah, ah, ah!

Guglielmo. Vorrei saper di che ridi; se non, ne farò risentimento col tuo padrone.