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Pagina:Deledda - Il nostro padrone, Milano, Treves, 1920.djvu/311


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ciuole e alcuni paesani aspettavano d’esser ricevuti; ma quale contrasto con la scena della casa attigua! Là tutto era triste, lugubre; qui si sentiva l’odore di una colazione succulenta, e il sole inondava la scala sporca e animata come una strada, e lo speculatore, rosso e forte come un lottatore, riceveva uomini e donne, paesani e borghesi, con gli stessi modi famigliari e violenti, rinfacciando a tutti di essere poltroni e incitandoli a lavorare, a muoversi. Egli non si accorse neppure che il suo capo‐macchia aveva una brutta ciera. E furono i soliti discorsi: un rapido calcolare, un incalzare, un incitare verso il guadagno; una pesca tenace e sicura a tutte le probabilità che potevano recar vantaggio alla speculazione.

Come suggestionato dalla forza del suo padrone, Bruno si sentiva rianimare; e un’ora dopo ripartì per la foresta senza aver riveduto Sebastiana.

*

Dopo la fuga di Bruno ella divenne un po’ stravagante; cantava e imprecava, passava spesso da una gioia infantile e rumorosa, senza causa, a un cupo malumore.

Un giorno, nel cortiletto di Marielène,