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il genere narrativo 179

le argomentazioni del Tasso nel suo Discorso sul poema epico, e chiamai lo scrittore un gran poeta e un mediocre critico. Questo mi tirò addosso una tempesta. Stefano Cusani, Giambattista Ajello, soprattutto Stanislao Gatti, dal piglio impertinente e ironico, me ne vollero, quasi avessi profferita una bestemmia. Non potevo patire che il Tasso chiamasse l’Orlando furioso un poema senza principio e senza fine, e ci sentivo quella pedanteria che lo condusse alla Gerusalemme conquistata. La controversia s’infuocò, e fini con un distinguo, ammettendo io che il Tasso era un critico valoroso secondo que’ tempi.

In quella varietà ariostesca mostrai che avevano la lor parte legittima il licenzioso ed il ridicolo, dato sempre quel contenuto e quella situazione. Notai che quel suo cotal riso a fior di labbra, quasi volesse prendersi beffe del suo argomento, era una ironia spontanea e incosciente di tempi adulti, che si rivelò con chiarezza riflessa nel Don Chisciotte. Notai infine l’inesauribile varietà de’ suoi colori, la limpidezza delle sue fantasie e delle sue forme, la forza fresca e allegra della produzione. Lessi la famosa scena della Discordia, l’entrata di Rodomonte in Parigi, la morte di Zerbino, la pazzia di Orlando, l’andata di Astolfo alla luna, il combattimento di Biserta, Olimpia e Bireno, Cloridano e Medoro, la morte di Rodomonte. In queste letture io ero minuto ne’ più delicati particolari dello stile e della lingua, e dicevano ch’era un altro, perché pareva che dalle più alte contemplazioni scendessi nelle più umili sfere. La verità è ch’io mi sentivo sempre il maestro, sempre in contatto co’ discepoli, e in quelle letture m’ingegnavo d’accostarmi più a loro, di dir cose che non avevano trovato luogo nelle lezioni.

Esaminando il contenuto nella Gerusalemme, m’incontrai nella grossa questione dell’influenza del Cristianesimo sull’arte. Allora non conoscevo ancora i fanatici panegirici, mescolati con sottigliezze dottrinarie, di Guglielmo Schlegel, e m’aiutavo da me. Notai il carattere cosmopolitico, universale, cattolico della nuova religione, che oltrepassava le nazioni e creava l’umanità; i grandi centri di popoli, che allargavano l’orizzonte del poema epico; il concetto di fratellanza e di carità, che aboliva la schia-