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268 capitolo xiv.

telli si levò, nè a riabilitarne il nome, nè a chiedere che fossero proseguite le indagini. È parso che gli scrittori, compresi i migliori, il Pasolini e il Comandini, fossero soggiogati come da una specie di pregiudizio contro quella onesta figura, la cui truce morte non è stata che sol di recente ricordata e rimpianta, in una coraggiosa biografia, da Francesco Miserocchi, direttore dell’Archivio romagnolo di Ravenna.

Il Lovatelli parve transfuga e traditore dinanzi agli occhi dei settari, perchè egli, prefetto a Ferrara nel 1849, aveva lasciato l’ufficio alla vigilia delle elezioni per la Costituente. Vinto dagli scrupoli, si disse, per il giuramento di fedeltà prestato a Pio IX, si ritrasse dalla vita politica, nella quale aveva militato con tanto ardore, e si raccolse a vita privata nelle sue campagne, lontano da ogni ingerenza nelle cose pubbliche. La setta ne decretò la morte, ma l’iniquo decreto non ebbe la sua esecuzione che sei anni dopo, cioè la sera del 29 novembre 1856, quando, nel rientrare in casa, in compagnia del suo fattore, fu steso a terra da un colpo di pistola alla schiena. Francesco Lovatelli era padre di Giacomo, che sposò, tre anni dopo, donna Ersilia Caetani, e di Carlino Lovatelli, com’era conosciuto, nel mondo giovanile ed elegante di Roma, il suo secondogenito.

Se ufficialmente s’’ignorò l’autore del misfatto, non solo nei bassi fondi settari di Ravenna, ma anche nella buona società non ne era ignoto il nome. Più tardi si arruolò garibaldino; si sapeva, che era schivato da quanti lo conoscevano, e andò poi in America. Forse è morto, e Iddio gli perdoni! A non volere quel processo erano interessati, ad un tempo, i settari, che impedirono la formazione di ogni prova concludente, e il governo, che non si riscaldava per la morte di un uomo, dal quale aveva ricevuto, fino al 1848, più fastidi che servigi. Il processo voluminoso giace nell’archivio di Stato di Bologna, in attesa di chi faccia per esso, quel che ha fatto il Giovagnoli per il processo di Pellegrino Rossi.


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Dopo una breve sosta a Lugo, dove il municipio non seppe fargli omaggio più degno che quello di una copia elegantemente stampata del discorso recitato dal concittadino don Giovanni