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Ma accaduti a Napoli i tristi fatti del 15 maggio, il Bonghi si dette premura di inviare la propria dimissione, e non tornando in patria, ma comprendendo che l’esilio incominciava per esso, si recò in Toscana, ove prese parte alla redazione del Nazionale, diretto da Celestino Bianchi.

Fatto cacciar di Toscana dal governo borbonico per un articolo inserito in quel giornale contro la corte di Napoli, si recò in Piemonte, ove rimase fino a tutto il il 1860, ad eccezione di alcuni brevi soggiorni da esso fatti in Francia.

Nel 1857 il Bonghi pubblicò un primo volume della traduzione della metafisica di Aristotile, e nel 1858 dette alla luce un altro libro col seguente titolo: perchè la letteratura italiana non è popolare in Italia? volume in cui si trovano raccolte parecchie lettere pubblicate su tale soggetto dal Bonghi nello Spettatore di Firenze.

Nel 1859 i professori dell’università di Pavia lo proposero a voti unanimi a professore di filosofia in quell’aulica università. Il governo austriaco fece interpellare il Bonghi se avesse voluto accettare quella cattedra, ma questi vi si rifiutò. — Più tardi il ministro Casati lo chiamò a quella stessa cattedra in Torino.

Eletto deputato al Parlamento nel 1860 dal collegio di Belgiojoso, non appena ebbe notizia che il re Francesco Il aveva concesso a Napoli le franchigie costituzionali, si condusse in patria, ove fondò il Nazionale, giornale di principi schiettamente unitari, la cui direzione gli fu causa di non pochi pericoli ed odii.

Nominalo dal luogotenente Farini segretario generale del consiglio di luogotenenza, egli esercitò tali funzioni fino alla venuta del nuovo luogotenente del re, principe di Carignano. Eletto allora deputato al Parlamento del regno d’Italia dal collegio di Manfredonia, il Bonghi si è restituito in Torino per occupare il suo seggio nella Camera.