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SOPRA DANTE 323

portatagli, pregò Nerone che tutte le sue ricchezze e gli onori prendesse, e lui lasciasse in povero e in privato stato: le quali Nerone non volle ricevere, ma postogli il braccio in collo, e lusingandolo, e quello nelle parole mostrando che nell’animo non avea, ciò che egli rifiutava ritenere gli fece. Nondimeno Seneca auspicando sempre della poca fede di Nerone, cominciò del tutto a rifiutare le vicitazioni e le salutazioni degli amici, ed a fuggire la lunga compagnia de’clientoli, e a dimorare il più del tempo ad alcune sue possessioni, le quali fuora di Roma avea. Ultimamente essendosi scoperta una congiurazione fatta contro a Nerone da molti de’ senatori, e da più altri dell’ordine equestre, e da’ centurioni e da altri cittadini, essendo di quella prencipe un nobile giovane di Roma chiamato Pisone, venne in animo a Nerone di farlo morire, non perchè in quella colpevole il trovasse, ma per propria malvagità, e come uomo che era desideroso d’adoperare crudelmente la sua potenza co’ ferri. Ed essendo por ventura di que’ dì, secondochè scrive Cornelio Tacito nel XV. libro delle sue storie, tornato Seneca da campagna, s’era rimaso in una sua villa, quattro miglia vicino a Roma, alla quale Slllano tribuno d’una coorte pretoria, approssimandosi già l’ora tarda, andò, e quella intorniò d’uomini d’arme: e lui entrato in casa, trovò lui che con Pompeia Paulina sua moglie, e con due de’ suoi amici mangiare: e mangiando egli, gli manifestò il comandamento fattogli dall’imperadore, cioè uno chiamato Natale essere stalo mandato a lui pèt parte di Pisone, ed esso essersi in nome di Pisone