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348 capo xvii.

di cercar rifugio in casa del Parrasio, ma poco appresso fu arrestato, ricondotto a Roma e chiuso nella torre di Nona, poi nel castello di Civitavecchia dove morì disennato.

Il prete Alessandro Franceschi tutto cencioso e misero disparve da Roma, nè saprei dire come abbia finito; ma è verisimile che essendo a parte di molti intrighi e comunicazioni importanti lo abbiano fatto sparire anch’egli dal mondo senza essere Enoch.

Degli altri sicari uno fu decapitato nella rôcca di Perugia, quel da Bitonto fu assassinato da’ stipendiati grassatori. Mi è ignota la sorte dei due preti Tonino e Leonardo, del vicario Imberti e del provinciale domenicano; ma il Consiglio dei Dieci, informato di tutti i loro passi, era troppo severamente implacabile per non colpirli del suo sdegno; e il minor male che possa essere a loro sopravvenuto è la galera o l’esilio. De’ rimanenti assassini e complici, i caduti in potestà de’ Decemviri non videro più la luce; gli altri vagabondarono una vita piena di rimorsi e di spavento e la finirono nella miseria o sul patibolo. La vendetta di Dio si fe’ sentire persino sui figli degli assassini. La numerosa famiglia del Poma restata a Venezia trascinò giorni penosi tra la povertà, l’odio ed il disprezzo; una sua figlia consunta di affanno morì etica in convento; le due educande furono mantenute dalla carità delle monache e dai sussidi di alcuni fanatici finchè il loro padre fu in grado di alimentare le speranze del fanatismo, ma dopo che quelle speranze svanirono, non avendo elle chi pagasse le pensioni furono li-