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capo xvii. 343

altrove, e il Sarpi trovato in convento con poca custodia, sarebbe stato agevole rapirlo e metterlo in una gondola. Il Franceschi, caduto anch’egli in tanta povertà che dovette scrivere a sua madre perchè gli mandasse alcuni fazzoletti, e un giorno fu costretto a impegnare un paio di maniche di broccato per un giulio (mezzo franco), fu il solito intromettitore presso il vescovo di Soana; e a incoraggire il Poma comparve di nuovo quel provinciale domenicano, di cui ho parlato di sopra.

Da quel punto il prete Franceschi tornò di nuovo a frequentare la casa del vescovo, usciva seco in carrozza e ne riceveva danari. Giunto a Roma Giambattista Poma, figlio di Ridolfo, lo introdusse a lui. Il vescovo lo accolse graziosamente e gli rimproverò con belle parole che suo padre non avesse altre volte saputo assestare negozio di tanto momento. Giambattista lo scusò versando la colpa sugli esecutori, e deplorò la sua ruina, la perdita della patria, delle sostanze e de’ figliuoli. Il resto del colloquio fu custodito gelosamente; ma è chiaro che si aggirò sul nuovo disegno del Poma; perocchè Giambattista disse al prelato, che suo padre aveva intenzione di arrivare sino a Ferrara; e per sicurtà, nel viaggio, della sua vita insidiata da tante parti, esser necessario che gli fosse data licenza di portar arme anco per gli uomini di sua compagnia. La licenza fu promessa, e monsignore nel congedarlo lo incoraggì ed esortò a fidare in Dio.

In quel medesimo tempo due altri preti di Venezia, Tonino della chiesa di Santa Stae e Leonardo di Santa Marcuola, incontratisi un giorno col