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332 capo xvii.


Poma si era indettato col Parrasio e cogli altri compagni, stipendiò pel bisogno varii banditi, noleggiò una peotta con tre barcaiuoli a cui diede ad intendere di voler prima andare a Loreto e poi in Puglia; bisognando di uno che spiasse, senza essere sospetto, i passi di Frà Paolo onde far conto del luogo di appostarlo, lo trovò in Michiel Viti, sacerdote, dice monsignor vescovo Fontanini, fornito di religione e di pietà. Ma non riuscendo il progetto di rapirlo nelle acque tra Venezia e Padova, perocchè il Sarpi ammonito dagli Inquisitori di Stato non usciva più dalla capitale, il Poma deliberò di andar a consumare il suo delitto a Venezia. Ben prevedendo che il governo avrebbe confiscato ogni suo avere, prima di effettuarlo fece pacchetto delle cose mobili e più preziose che ancora gli restavano, onde trasportarle nella fuga. Non disperava d’impossessarsi vivo della sua vittima, al qual uopo appostò variamente i suoi satelliti, che allo sparo d’una pistola accorrere dovevano; ma quegli che doveva sparare mancò di animo, e gli altri, pressati dal momento, ferirono Frà Paolo nel modo che narrai; poi fuggendo si sbandarono per vie diverse per trovarsi a luoghi convenuti. La peotta gli aspettava al Lido; ivi s’imbarcarono Michiel Viti e il Poma, che cacciato dalla furia del popolo di cui da lontano si sentivano le grida, e saltando in naviglio tutto turbato, gettò via il ferraiuolo, depose l’archibugio, e prendendo anch’egli il remo in mano e sollecitando i gondolieri esclamò: Poveretti noi, saremo tutti squartati; ed uno di essi che forse era a parte, almeno in oscuro, del disegno, soggiunse: Signor non