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ria; — diss’egli. — Sento che scoppio, se non mi levo di qui. —

Virginio non rispose nulla, ma lo accompagnò sulla piazza. Come ebbero passeggiato un tratto, e si furono allontanati abbastcunza dalla casa, immaginando che a lui toccasse di attaccare il discorso, Virginio incaminciò:

— E così? —

Non era che un filo; ma a quel filo si appigliò facilmente il suo interlocutore, che non aspettava altro per farla finita.

— E così, che vuoi che ti dica? La bomba è scoppiata; ho parlato. Ed accetta. —

Gli parve in questo modo di aver detto ogni cosa, al bravo signor Demetrio; tanto che diede un’altra rifiatata, di sollievo e di contentezza ad un tempo. Uno spartano, dopo quel lungo discorso, avrebbe almeno trattenuto il respiro. Ma non è spartano chi vuole; e il signor Demetrio Bertòla ebbe bisogno di quel piccolo sfogo.

— Accetta.... — ripetè Virginio. — Il conte?

— Il conte, sicuro, il conte. Non me l’avevano chiesta per altri.

— Scusate, vi prego, scusate; — si affrettò a dire Virginio, non dissimulando neppure un po’ d’amaro che gli veniva involontariamente alle labbra. — Una parola di più, per la chiarezza, non guasta; ed io non credevo di far male.

— E chi ti dice che hai fatto male? Sei sempre lo stesso puntigliosaccio sofistico; e con te bisogna pesar le parole. Vedi bene che sono in collera. Infine, me la rubano, quella cara figliuola; me la rubano, e non ho da dare nei lumi?

— Avete ragione, in questo, avete ragione. Ma prima che ve la rubino, spero bene che vorrete badare agl’interèessi e mettere in chiaro le cose.

— Oh, per questo, non dubitare; voglio esser sicuro, e ci andrò col piede di piombo. Sta bene che il signor Momino, quanto a ciò, mi ha molto rassicurato, «Vedete, mi ha detto, si faranno le cose a modo; tratteremo punto per punto tra noi, coll’uomo della legge ai fianchi. Per for-