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allora, poichè veniva solo soletto a Mercurano, come un furier maggiore, per preparare gli alloggi.

Così almeno diceva, presentandosi al Bottegone, per salutare il suo buon amico Bertòla. Il castello era stato un po’ trascurato, e per due anni alla fila: ci si ritornava quell'anno per la buona stagione, ed egli, Momino, doveva vedere se tutto fosse all’ordine per ricevere la sua dolce metà, che sarebbe andato a prendere nella settimana seguente.

Che facce toste! Gli Sferraiancia non si erano più fatti vivi dopo la catastrofe bancaria di Roma. Un po’ per viaggi, un po’ per ragioni di salute, avevano saltati due anni di villeggiatura, evitando così di ritrovarsi a Mercurano nel tempo stesso che c’era stabilito il conte Spilamberti, loro protetto e ben degno di loro. Ma come erano dolenti di aver dovuto passare quei due anni lontano dalla loro bicocca! In primo luogo la necessità per Momino di alcune ricerche erudite, che avevano consigliata la nobile coppia di passare un’estate nel Veneto, dove il famoso cappuccino di casa d’Este era stato a predicare e dove perciò si potevano rinvenire le tracce della sua presenza; poi un leggero incomodo della contessa, che aveva portata la necesisità di passarne un’altra ai bagni di Oropa; queste erano le cagioni per cui si era stati fedifraghi a Mercurano, alle sue grate frescure estive e ai non meno grati interessi domestici. Ma oramai, lode al cielo, non più tradimenti; si ripigliavano le antiche abitudini; Mercurano «for ever».

Questo il proemio del signor Momino, che lì per lì, colla sua ingenuità, fu sul punto di trarre in inganno il suo interlocutore. Acqua passata non macina, dice il proverbio; e il signor Demetrio pensava già che non fosse il caso di guastarsi più il sangue coi ritorni al passato. Ma il signor Momino commise l’errore di ritornarci lui troppo presto, facendo le sue condoglianze per quanto era accaduto in quella cara famiglia.

Il signor Demetrio accolse le condoglianze a