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suo e nella pròpria misura, di ciò che hai sofferto. Animo dunque, babbo, e sopportiamo quest’altro dispiacere. Finalmente, vedi, il signor Lorini ha sentito anche lui di non poter rimanere. Io stessa, cogliendo con tanta furia l'occasione di ritornare accanto a te, di rifugiarmi nel nido, non ho pensato bene a tutte le conseguenze del fatto. Le ho vedute poi, ed egli pure le ha sentite, e si è sacrificato da galantuomo. È un cuor nobile, e si può, e si deve riconoscerlo tale. Ha aspettato il momento buono, ha colto il pretesto più ragionevole tra i tanti che s’erano già presentati, ed è andato via, correndo il rischio di sentirsi dire ingrato da te. Non lo credere, babbo; soffrirà più lui d’esser partito di qui, che non soffrirai tu di saperlo lontano. Ed è questo che mi dà un po’ di rimorso; perchè egli era avvezzo a considerare questa casa come sua.

— Sì, dici bene, proprio sua; — disse il signor Demetrio, con voce alterata. — Ne era l’anima, quel poveraccio! Ed è per questo che soffro.

— Ma a questo non c’è rimedio — replicò Fulvia, parlando il linguago della ragione. — Almeno io non ne vedo, se pure tu non vuoi che noi altri....

— Oh questo nemimeno per sogno! — interruppe il signor Demetrio. — Per te, figliuola, ho mandati giù gli amari bocconi. Il mio signor genero vuol rigare dritto stando a Mercurano? Tanto meglio, e ne avrò piacere. Ma per nessuna ragione io vorrei più separarmi da te, dal mio sangue, che diamine!...

— Ed io? ed io? — gridò Fulvia, intenerita. — Nessuno mi strapperà più dal tuo fianco. Troppe ambizioni mi hanno annebbiato il giudizio; ed ora non ne ho più che una, educare i miei figli ai buoni esempi del lavoro che solleva e della virtù che ricrea. Quando si pensa — proseguì la contessa, animandosi — quando si pensa che tanta gioventù inesperta non immagina la felicità se non lontana lontana, di là dai monti natali! e corre, e corre, alla regione dei sogni, dietro al fantasma che fugge via, sempre più allonta-