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«Signor Virginio gentilissimo,

«Non faccia le maraviglie. Scrivo a Lei, perchè non oso scrivere al babbo, dopo la lettera che ho ricevuta stamane da lui, e che mi ha fatto tanta pena. Questa è tanto più viva e profonda, al pensare che i rimproveri del babbo son giusti, e al riconosèere che noi siamo qui senza scusa. Povero padre, che ha fatto tanto per me, come deve aver sofferto! Ma perchè poi non perdonare a sua figlia? Il conte Sferralancia gli avrà raccontato in che modo è avvenuta la catastrofe, e non solamente gravissima per casa nostra, ma ancora e più per moltissimi, dei più ricchi di Roma. Io non m’intendo bene di queste cose, e non saprei rifarne la narrazione; ma anche i giornali ne sono tutti pieni, e Lei ad ogni modo ne avrà cognizione. Si era tutti poggiati sul falso, a quanto pare; il credito ricusato ad una banca, creduta potentissima, ha fatto da un giorno all’altro andar tutti in rovina. I valori (non so se dico bene, e Lei mi scuserà) si sono risentiti di questo colpo, ed hanno preso un tracollo spaventoso. La colpa è nostra, certamente, di essere stati spensierati come tanti e tanti altri! Ma ne siamo anche ben puniti, non le pare? Ed ora, c’è da portare in pace la disgrazia, vedere almeno di mettere in salvo l’onore. Come si può, questo, se il babbo ci ricusa l’aiuto che il conte Sferralancia in nome nostro gli ha chiesto? Se egli non ci assiste, dove troveremo noi il modo di superare questo passo disgraziato? Io penso ai miei due innocenti figliuoli, signor Virginio, e gli occhi miei si riempion di lagrime.

«Io non le dico altro di ciò. Piuttosto ho da chiederle scusa di un fallo mio verso di Lei; e questo è un ufficio che adempio ben volentieri. Ho il torto di scriverle oggi per la prima volta. Com’è avvenuto che io non mi sia fatta mai viva con Lei? Se ci penso, mi pare che ella stessa mi abbia levato il coraggio, non assistendo alle mie