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«nene», batteva con le sue manine il seno della balia, ridendo della propria valentia; quando lo portavano in camera da letto per metterlo nella cuna, strepitava come un ossesso, sparava calci come un puledro imbizzarrito. In istrada segnava a dito i cani, gridando «tette, fa bu bu» e non aveva pace finchè non gli dessero retta in due, la mamma e la balia, dicendo «fa bu bu», come lui. Se poi vedeva qualche prete, apriti cielo! Saltava, agitava le braccia e gridava: «Pete, fa don don», intendendo che quello era un uomo da chiesa, di quelli che facevano suonar le campane.

Miracoli, insomma; quel caro tombolino era la consolazione di mamma sua.

Ma perchè mamma sua non se ne contentava? Perchè stava per dargli compagnia? Ahimè, non era lei; era il destino, era la provvidenza. «Questi due arcani poteri entrano da per tutto, si sa, e sono essi che mandano i fratellini e le sorelline ai piccoli Lamberti, per toglier loro una metà delle dolci carezze materne.

- Di bene in meglio, e sempre avanti Savoia! — aveva gridato il signor Demetrio, leggendo la lettera in cui la cantessa Fulvia gli dava notizia del nuovo suo stato fisiologico. — Il mio signor genero non entra nel consiglio d’amministrazione della «Nuova. Esperia»; ma lavora alacremente a moltiplicare le speranze della patria. Ed anche le bocche, pur troppo! —

Ma era contento, nel fondo. La notizia della figliuola indicava che laggiù a Roma, tra quei due felici del Macao, durava la buona armonia dei primi tempi. Quell’accenno dei chiacchieroni di piazza alla bionda puppattola, sgretolàtirice di principi, di duchi e di conti, era stato un falso allarme; sicuramente in quel ripesco non c’entrava punto il suo amatissimo genero.

Gli amici dei tarocchi non chiedevano più quando la contessa Fulvia sarebbe tornata a Mercurano. Immaginavano anch’essi che le cure della maternità trattenessero la bella signora. Nondimeno, tra per cortesia e per curiosità, domandavano spesso notizie,