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canti di campagna, e gli orti di Rapizza son seminati d’ipoteche. —

Mentre i suoi due vicini di sinistra trinciavano a quel modo, il signor Demetrio guardava, con la coda dell'occhio verso destra, per vedere quello o quelli che avevano da passare sotto la forbice. In quel punto gli venne veduta la sua figliuola, in carrozza scoperta, tutta gloriosa al fianco del suo maritino. Tremò involontariamente a quella vista, e sentì il desiderio di non esser là, vicino a quelle due lingue tabane. Ma il suo desiderio era vano; per andarsene di là non era più in tempo.

— Oh, guarda la Spilamberti! Da quanti giorni non si vedeva! Sempre bella a quel dio! Eccone una a cui la maternità ha fatto bene.

— Di dove? — chiedeva uno dei due al compagno.

— Lombarda; e ci si vede; — rispondeva l’altro; — la batte da Leonardo al Luino.

— Ma che Lombarda! — fu ad un pelo d’esclamare il signor Demetrio, che già aveva cominciato a respirare, non sentendo dir male di Fulvia. — È di Mercurano, signori miei belli, di Mercurano, in provincia di Parma, Emiliana, si direbbe oggi, con vostra licenza, Emiliana. —

Fu ad un pelo, ho detto, ma si trattenne. Del resto, quel Leonardo e quel Luino, due nomi che non conosceva, lo facevano restare sospeso. Frattanto i suoi vicini continuavano il dialogo.

— Quanto a lui, è di Modena. È ancora in auge, e la sciala. Ma il mese passato, alla Borsa, Dio, che scottata! Se tira avanti così, vuol lasciarci la pelle. —

Il discorso era istruttivo in sommo grado: ma non poteva durare su quel tema, poichè altre carrozze passavano, ed altra gente veniva sotto le forbici. Il signor Demetrio, profondamente colpito da quell’accenno alla scottatura, avrebbe voluto accostarsi, esser terzo fra cotanto senno, e domandare altri ragguagli. Scusino, signori; io sono il babbo di quella signora che loro hanno detto, e giustamente, bella a quel dio. Capiran-