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E qui, signor conte, permettetemi che io torni a replicare quello che in altre mie scritture ho giá detto, cioè che il»Trissino non è tanto gradito né tanto letto quanto gli altri nostri eccellenti poeti epici, per questa ragione della poca natura che si trova ne’ versi della sua Italia, i quali, non essendo né rima né prosa, vengono a riuscire un certo imbroglio che non ha natura né di prosa né di poesia. E per questa stessa ragione i nostri poeti teatrali non sono a mille miglia tanto riputati nella nostra Italia, quanto lo sono i francesi nella lor Francia, perché nei nostri non si trova la natura che si trova pure nei poeti francesi teatrali, i quali hanno la rima, di cui sono privi i nostri. Né malaccorti sono stati i poeti francesi come i nostri, avveg^naché senz’andar tanto studiando di trovare de’ versi corrispondenti ai giambi, seguendo il genio ed il carattere della loro lingua, hanno trovati que’ loro versi di dodici sillabe e di tredici alternativamente, i quali fanno un bellissimo suono con quelle loro rime masculine e femminine, come essi le chiamano. Gli è vero che alcun italiano non trova in essi quell’armonia che veramente hanno, e dice che togliendo la rima ai versi francesi rimarrebbono prosa schietta; ma chi cosi dice dee per certo o pronunziare molto male la lingua francese o avere il timpano dell’orecchio molto male organizzato.

Non so se io lo potrei giurare, ma credo di si, che quei versi sciolti, tanto cari a’ gravinisti, non sono stati trovati prima del Cinquecento, che vale a dire piú d’uno e piú di due secoli dopo il nascimento della lingua nostra. Ma come va questo, che tanti valorosi poeti nati prima del verso sciolto sieno stati tutti di cosi poco ingegno di non trovar neppure una maniera di fare de’ versi nella loro lingua, molto piú facile (e piú naturale, soggiungerebbe un gravinista) che non la usata sino allora? come va questo? Eh, gravinisti gravinisti, non mancava ingegno a quei nostri antichi poeti, che anzi e’ n’avevano piú di voi; ma e’ sentivano bene internamente la forza della natura della rima, che voi pure sentireste se le muse vi fossero un po’ piú amiche che non vi sono, comeché voi crediate risolutamente averle per compagne e per comari.