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laccio delle vostre insidiose offerte, gli risposi volesse andar adagio nel credere al male dettogli di voi, e vi trasmessi il mio manoscritto con tanta intiera fiducia che non volli né anco tenerne copia. Mio danno dunque, se me l’avete accoccata e se il manoscritto è ora distrutto ! Non ho scusa del mio essere stato corrivo nel fidarmi se non quella di dire che, quando non ho evidenti pruove del contrario, soglio giudicare ogn’uomo galantuomo, e che pel mezzo d’un breve carteggio non è troppo possibile distinguere i fiirfanti dalle persone dabbene. Manco male però, che colla precedente mia v’ho costretto a cavarvi la maschera da volere a non volere; v’ho obbligato a mostrarvi quel perfetto furfante che non vi credevo. Qual castigo le leggi della Toscana vi volessero dare per una malvagitá di questa strana spezie, s’io me ne richiamassi a quelle, non lo so. So però che sará mia cura, ancorché lontano, di farvi conoscere per un perfetto furfante a que’ che non vi conoscono peranco, onde ogn’ incauto si guardi da voi e da’ vostri tiri da monello. E nello esporre che farò colle stampe il vostro perfido carattere all’occhio de’ vostri compatrioti, non mi scorderò nella penna la somma insolenza del vostro aver soppresso, come mal suddito che siete, la mia Lettera all’editore, nella quale si facevano due riverenti parole di quell’augustissimo personaggio che ha la caritatevole clemenza di darvi del pane. Perché, birbone, far solamente motto d’un sovrano a voi straniero, che aiuta magnanimamente le arti, e non accoppiarlo, come avevo fatto io in quella Lettera, al vostro granduca, il quale fa la medesima cosa a suo potere? Né occorre mi rispondiate che non voleste stampare quella mia Lettera perché era diretta a voi. Non v’aveva io scritto di porla in fronte al libro senza il nome vostro, se temevate che un tanto onore v’avesse a procacciare l’invidia e il malvolere de’ vostri fiorentini? Il mio mostrare a tutti che siete un poco di buono sará poca pena ad un ladroncello, che fura all’Italia un’opera fatta con ogni diligenza da un uomo dabbene incanutito negli studi, per darle in cambio una cosacela adulterata e guasta da capo a fondo da un giovanastro briccone, che non sa né anco la grammatica, né anco l’ortografia della