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Vili

Discorso in cui si esamina se la lingua in cui scrissero

Dante, il Boccaccio e il Petrarca si debba chiamare «italiana», «toscana» o < fiorentina».

Di tutte le cose scritte dal nostro Niccolò questa è la meno pregevole, anzi è tanto meschina che a malapena si può credere sia uscita di quel suo cervello.

Si cerca di sapere in questo suo Discorso se la lingua in cui i tre suddetti scrittori hanno scritto, vale a dire se la lingua nostra s’abbia a chiamare «fiorentina» o «toscana» o «italiana»; e si conchiude che il chiamarla «toscana» sarebbe poco onesto, il chiamarla «italiana» disonestissimo, e che ad ogni modo s’ha a chiamare << fiorentina».

Ma, signor Niccolò mio, e come abbiamo noi a chiamare la lingua in cui hanno scritto l’Ariosto, il Tasso, il Bembo, il Caro e millanta altri italiani, che non erano fiorentini e che non ebbero sicuramente mai nel pensiero di scrivere nel dialetto di Firenze? e come abbiamo a chiamare quella in cui vanno scrivendo il Metastasio e i due ft-atelli Gozzi e il Parini e tant’ altri viventi, nessuno de’ quali ha forse mai veduto il palazzo de’ Pitti? e in che lingua s’ha a dire ch’io stia schiccherando questi fogli, io che non sono stato quindici giorni intieri in Firenze e che per conseguenza non ho avuto abbastanza tempo da impararne il parlare? Qualche nome s’ha pur a dare alla lingua che l’Ariosto e il Tasso e que’ millanta altri hanno scritta; un nome che come scrittori li abbracci tutti quanti in una denominazione; un nome che si opponga a «lingua greca», a «lingua latina», a «lingua francese», a «lingua tedesca», eccetera eccetera ! Se non v’è tal cosa nel numero delle cose a cui s’abbia a dare il nome di «lingfua italiana»; e se si può dire con veritá che l’Ariosto, il Tasso, il Caro e quelli altri non si sognarono mai di scrivere in lingua fiorentina; e se l’Ariosto e il Tasso e il Caro e quelli altri hanno scritto ciascuno