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crudelissimo duca; il quale però è da notare che aveva costi a fare con de’ furfanti eguali a lui e che gli avrebbono fatto lo stesso giuoco ch’egli fece loro, se avessero potuto avere nelle mani lui, com’egli ebbe loro. Lo stile di questa descrizione è molto semplice e buono.

II Ritratti delle cose di Francia e della Alamagna.

Questi due brevi discorsi danno un’idea dello stato politico in cui erano que’ due paesi al tempo di Niccolò. Non credo fossero scritti da lui per altro che per propio ricordo.

Ili

Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio.

Fra le tante cose che da piú di due secoli si sono andate dicendo coli* iniquo fine di togliere onore al nostro Niccolò, una è stata ch’egli non seppe né latino né greco.

Se quest’accusa si potesse provare indubitatamente vera, invece di scemare dell’alto pregalo in cui lo tengo, io per me l’avrei anzi in maggiore il doppio, perché considererei tutto quel moltissimo ch’egli ha lasciato scritto come roba uscitagli unicamente dell’ingegno senza il valevole ausilio de’ latini e de’ greci.

È però cosa troppo difficile a credere che a Niccolò non dirivasse aiuto alcuno da’ libri scritti in quelle due lingue, quand’uno si faccia a leggere posatamente questi suoi Discorsi, e quando rifletta alla tanta copia de’ passi di storia latina e di storia greca, ch’egli ha citati in esso e sempre tanto a p>ennello.

Come avrebb’egli potuto fare questa cosa in questi suoi Discorsi e nel Principe, o darci ne’ suoi Libri della guerra il minutissimo conto che ne ha dato dell’armi e della tattica greca e romana, se non avesse intese quelle due lingue e se non avesse anzi avuta a menadito ogni cosa scritta in esse, tanto di guerra quanto di governo?