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numero secondo 39 tanto in pratica, quanto pare in teorica che dovesse fare, e se la Provvidenza avesse data a quell’idea quella forza che tanti procurano di farle artificialmente acquistare, l’uomo non camperebbe forse né tanto tempo né tanto lietamente quanto lo vediamo per lo più campare. Nulladimeno l’ inevitabilità conosciuta d’un male, che la debolezza umana considera sem- pre come il maggiore di tutti i mali, basta per inquietarci la mente, per farci considerare i beni come cosa piccola e i mali come cosa grande, i beni come cose rare, i mali come cose numerose. Teglia dunque il signor Genovesi, se può, dal nu- mero de’ nostri mali l’idea del morire, e allora si che verrò facilmente dalla sua, e dirò anch’io che il numero dei no- stri beni vince quello de’ nostri mali; ma fintanto eh’ io con- tinuerò ad esser certo ch’io debbo presto soffrire il naturai dolore della dissoluzione di questo mio corpo, il signor Ge- novesi non mi venga a dire che in questa vita io godo più beni di quello ch’io mi soffra mali, che non gliela potrei in coscienza menar buona, neppure s’egli mi dotasse di tutta la sua filosofia, e sopramercato di tutta quella eziandio d’ Epitetto, di Zenone e di tutti i loro insensibilissimi seguaci antichi e moderni. Qualche leggiera diminuzione de’ miei mali so che la filosofia può cagionarla, e so che può infondere in me qualche costanza. So, per esempio, eh’ io mostrai forse men dolore quando la mia gamba sinistra mi cadette in mare vi- cino allo stretto di Gibilterra, di quello che ne mostri una leziosa dama quando il suo cagnolino si rompe una delle sue gambe; ma quella costanza e quella apparente noncuranza d un vero male che sento, e che mi è mandata in certi casi dalla filosofia, mi può anche venire dalla mia vanità stessa; onde per non dovere a’ poveri conforti della filosofia quello che anche un vizio mi può dare, sarà bene che ne’ miei mah io mi volga sempre per aiuto alla mia santa religione, la quale non pretendendo di annichilarli e di rendermi ad essi stoicamente insensibile, si esibisce però, quand’io il vo- glia, di somministrarmi tutta la pazienza che m’è necessaria per soffrirli tranquillamente ed anche alacremente.